Salvatore Molettieri, vignaiolo gentiluomo

La vite è come la vita. E allora le foglie, i getti, il verde si avvinghiano sulle piante come le piante fanno lungo il terreno, calcare ed argilla, drenante, scosceso, strappato all’asprezza del territorio, alle fiumare che portano la terra a valle laggiù dove scorre il fiume, il Calore Irpino. Salvatore Molettieri è signore e contadino, anzi è un signor contadino, uomo d’altri tempi, territoriale e autentico, pesa le parole e le parole pesate raccontano luoghi e storie, anche di servi e di padroni. Di chi aveva passato la vita tra le viti per sentirsi dire un giorno, no, quest’anno le uve non le ritiriamo più c’è crisi, solo quelle del vigneto antico, del Cinque Querce. Molettieri quel giorno ai padroni del vino ha detto, mi tengo tutto, faccio io. Ha stretto i pugni, ha stretto i denti e anche la cinghia ed è diventato il più amabile dei vignaioli dell’Irpinia. E forse anche il più. Alla faccia dei potenti del vino. Era il 1983. Ora il Taurasi di Salvatore Molettieri macina premi, riconoscimenti, punteggi stratosferici nelle classifiche di mezzo mondo, ma l’uomo resta lo stesso, sorridente intorno alle sue viti, orgoglioso di un territorio quasi montano, in quel di Montemarano, provincia di Avellino, Campania, a 550 metri. Orgoglioso degli alberi, delle grandi querce che non si abbattono, delle scelte in vigna. Parliamo tra i grappoli di Aglianico, vitigno antichissimo, la Vitis Hellenica dei Romani, al di là del fiume, del Calore, c’è Castelfranci, alle nostre spalle i monti Picentini, le terre delle castagne e del tartufo di Bagnoli. Ma qui si infilano i refoli dal mare, dal golfo di Salerno. L’escursione termica è estrema. Stordisce l’ambiente montano inatteso, meraviglia l’attesa invece di una vendemmia tardiva sui grandi grappoli di Aglianico, a volte anche il 23 di novembre. A volte il giorno prima della neve. Abbraccia l’occhio l’uva dal colore profondo, lo stesso che si ritrova nei vini. Con uve Aglianico Salvatore Molettieri produce l’Aglianico Irpinia, potente e veluttato, compagno di carni profumate di braci e di una cucina locale profonda, radicata e ricca di materie prime altrove dimenticate. È vino da bere qui, l’Aglianico, a Montemarano o comunque in Irpinia, a tavola. Poi, in crescendo, il morbido e elegante Colli Taurasini. Ecco il Taurasi Cinque Querce, il naso nel bicchiere è una passeggiata in una stampa ottcentesca, in un giardino degli gnomi, tra bacche rosse, grosse fragole, sambuco, lamponi… Infine l’imponente, elegantissimo e commovente Taurasi Cinque Querce Riserva, quintessenza di un vino unico per terrigna meraviglia, in grandi annate destinate a una beva inebriante già al naso, ma, soprattutto ad essere dimenticate in cantina, ritrovate per le grandi occasioni della vita perché l’Aglianico è vino lungo un’esistenza intera è si fa saggio, morbido, profondo con l’età, il tempo, l’esperienza. Icona del vino, come Salvatore Molettieri, vignaiolo gentiluomo.
Un luogo, un vino, un uomo, una storia che valgono il viaggio, l’incontro, il tempo, da dovunque si debba partire. Se non si viene qui non si può capire. Non sino in fondo.
Questo è una nuova puntata del secondo viaggio di Michele Marziani e il fotografo Marco Salzotto tra i Sovversivi del gusto, del primo si può leggere qui.





















































